In quello stesso anno, a New York, due amici di 27 anni, Bobby Goldman, ebreo newyorchese e Saïd Chahine, arabo di Gerusalemme, vivono nell'atmosfera spensierata della fine della Seconda Guerra Mondiale e condividono con fervore e passione le stesse idee e gli stessi valori. Travolti dagli avvenimenti che poco dopo infiammeranno Gerusalemme, Bobby e Saïd s'imbarcano su una nave diretta in Terra Santa. I due amici non hanno ancora capito che le loro strade stanno per separarsi in maniera drammatica: fratelli diventati nemici da un giorno all'altro, la loro lotta rispecchierà quella che scoppia tra i loro due mondi, le loro due culture, i loro due popoli... E' la storia di O' Jerusalem, la storia della creazione dello Stato di Israele, la storia di un conflitto che va avanti ancora oggi...
critica:
A garanzia dell’obiettività dell’omonimo romanzo di partenza c’era la fede degli autori, entrambi cristiani. E all’idea di trasposizione si erano già avvicinati noti cineasti (tra cui Costa-Gavras, William Friedkin e John Briley, sceneggiatore di "Gandhi") rinunciandovi, a dimostrazione della spinosità del tema. Del resto il conflitto tra i due popoli è tuttora in corso e dei previsti due stati ne esiste uno solo.
Andrè Djaoui - che deteneva i diritti del libro - dopo aver visto il film "Harrison flowers" ne chiamò il regista, Elie Chouraqui, ebreo francese figlio di genitori nati in Algeria e a suo dire sempre stato a suo agio tra gli islamici. Il quale si è avvalso di una coproduzione franco-anglo-israelo-italiana. Quindi qualche sbilanciamento c’è: il racconto accenta con epicità la lotta impari, coraggiosa e disperata di una parte in causa, e rispetto ai due amici protagonisti uno rifiuta il dialogo, quando invece l’altro lo ospita quando è ferito.
Aggiungiamo che, nell’edizione italiana, tutti gli arabi sono stati doppiati con accento straniero (in originale è l’inflessione dei rispettivi paesi dell’area coinvolti nella guerra).
Premesso ciò, da una parte si nota l’attenzione alla precisione storica (supportata da immagini di repertorio) così quanto l’impegno a mantenere l’equidistanza (vedi la ripartizione degli orrori perpetrati dai contendenti e l’accenno ai profughi) e l’aspirazione alla serena convivenza in onore del luogo del contendere (Gerusalemme, il cui nome sta per "città della pace"). In tal senso, il film rimarca come prima ci fossero rapporti di armonia messi in crisi dalla fondazione di Israele (per “diritto innato”) col contributo dell’opportunismo delle altre forze in campo (Inghilterra e Lega Araba). Dall’altra lo sforzo rivolto allo spettacolo (per impossibilità a filmare in zona, la pellicola è girata nell’isola di Rodi, la cui città è detta "piccola Gerusalemme") che tenta di coniugare azione e melodramma. Rispetto a quest’ultimo però, sebbene pure lo scenario reale fosse ristretto, ricorrendo a incontri forzosi e uccisioni mirate a orologeria.
La frase: "Sangue chiama altro sangue, sofferenza altra sofferenza. E intanto cresce l’odio".
Federico Raponi
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