Italia: 2004
Regia: Stefano Mordini
Interpreti: Stefano Accorsi, Valentina Cervi
Sceneggiatura: Silvia Barbiera, Stefano Mordini
Produzione: Medusa Film, Sky Italia, Kamera Film
Distribuzione: Medusa
Genere: Drammatico
Durata: 100 min.
Sito Internet: http://www.medusa.it/provinciameccanica/Descrizione: Marco e Silvia, una giovane coppia con due bambini, sembrano non seguire le regole che il giusto vivere richiede. Tanto amore e un lavoro in fabbrica non bastano a garantire a Marco Battaglia una tranquillità per l'amata Silvia, che non riesce a liberarsi dal pressante e continuo giudizio della madre. Quest'ultima riuscirà addirittura ad assicurarsi l'affido di uno dei suoi figli...
Recensione
Avendo, per vari motivi, più di un occhio dentro il mondo del cinema attuale, sappiamo bene quali siano i “meriti” di certe pellicole, di certe scelte nei loro confronti. E’ così che Provincia Meccanica, opera prima del “giovane” Mordini, classe ’67, ha rappresentato l’Italia all’ultimo Festival di Berlino, approdando subito dopo nelle sale. Che imbarazzo, dico subito, conoscendo anche molti dei progetti – o addirittura film già girati ma mai distribuiti o distribuiti poco e male – di valore e grande spessore che in realtà l’Italia produce.
Il cinema italiano è in crisi? No, lo è lo stato di molti produttori e soprattutto di tutti i distributori.
Restringendo il campo, per dovere, a questo film, si prova dicevo un imbarazzo enorme – usciti dalla sala – al pensiero che una delle patrie del Cinema, l’Italia appunto, sia stata a Berlino con un lavoro blando, sgangherato nella sceneggiatura e nella regia, che nulla dice né di nuovo né di forte, a tratti improponibile in alcune soluzioni narrative da filmino amatoriale.
Provincia Meccanica si trascina dietro un attore scomodo (non in senso “politico”...), che attira di certo le masse, soprattutto adolescenti, al cinema, ma che ha fatto ormai del suo stantio modo di recitare un topos che rende uguali tutti i suoi film. Stefano Accorsi, di certo più bello di molti altri attori, è capace di recitare sempre con il proprio monocorde accento romagnolo con dizione italiana. Un controsenso – o non senso – che, unito all’espressione (e all’anima del personaggio) inebetita che tiene per tutto il film, provoca più di una risata involontaria.
La trama l’avete letta qualche riga sopra. Non c’è molto da aggiungere, se non che come si diceva ci sono dei “buchi” di sceneggiatura davvero plateali. Il cinema è fatto di non detto, spesso; le immagini dovrebbero raccontare senza troppe parole a sottolineare in modo didascalico. Quando però, come in questo caso, le immagini non dicono nulla della psicologia dei personaggi (che in una pellicola come questa cercano di essere il cardine della narrazione), non trasmettono nulla se non i meri fatti che si vedono, come in un documentario scientifico, ci si trova, dopo mezz’ora, a sentire la scomodità delle poltrone, anche per chi ha visto di tutto nelle sale.
Una serie di eventi non surreali, sarebbe stato bello, bensì irreali in maniera imbarazzante (fosse una favola, almeno), tanto da risultare ridicoli. Come quando il protagonista, per fare un solo esempio, porta a casa un “amico” straniero detto “Il Rosso”, il quale porta a letto la sbandata moglie dell’ospite (Valentina Cervi: non poteva crearsi coppia peggiore e più antipatica di attori, in Italia...), la quale resta incinta. E al momento del parto Marco/Stefano va su tutte le furie perché l’infermiera, mostrandogli il bambino, gli dice – cosa che lui sta già notando tra l’altro – “anche mia figlia ha i capelli rossi”. Fa, purtroppo, ridere. E non è l’esempio più eclatante, all’interno di una scrittura che è piena di soluzioni-scappatoia come questa. Tutto quello, insomma che il cinema non dovrebbe essere: eventi suggeriti con il cucchiaino (ma gli spettatori sono cretini?), altri invece inspiegabili più che non spiegati, credo oscuri anche a chi il film l’ha fatto. La provincia, insomma, non c’entra nulla, la storia poteva essere dappertutto. Il che non vuol dire che sia universale, tutt’altro. Di “meccanico”, poi, c’è forse solo la catena produttiva del cinema italiano di cui si parlava prima, che porta questa sequenza di inquadrature abbozzate (già, anche la regia è grossolana, senza stile, senza mordente) al grande pubblico grazie all’hype generato da pubblicità, cast (ma come si fa ad essere attirati da Accorsi-eterno-trentenne-sfigato-disadattato come attore? In Italia ce ne sono tanti, bravi, vedi ad esempio Pasotti) e tutto il resto.
Mi sono dilungato troppo per un film che meriterebbe solo in buon vecchio Cestino proprio per questi motivi, perché vi invito a guardarvi attorno: anche la nostra nazione sforna film di grande pregio... bisogna però andarli a cercare.
Concludo sulla splendida scena finale, un accanimento sul cadavere di Fellini e altri registi della provincia visionaria, una sorta di omaggio che diventa dissacrazione: il protagonista si ritrova in una situazione assurda, un Woody Allen con la verve di Franco e Ciccio, e finisce in una maratona notturna che passa, guarda un po’, di fronte la casa dell’amico nella quale si ritrovavano la moglie scappata che viene convinta a ritirare la denuncia (sì sì, c’è un po’ tutto, soprattutto molta fiction tv...), la madre di lei, un’arpia completamente cattiva in stile manicheo-disneyano, ecc. ecc., i quali escono di casa tra la folla proprio mentre passa lui, correndo. Il quale, con faciloneria e blanda metafora, abbraccia la ritrovata (ma perché?!) moglie e figlia, e riparte di corsa, verso un bel futuro.
Per noi, che leggiamo in questa scena la corsa verso il buio totale della visione, c’è di bello che dopo questa comica finale il film finisca, e si possa tornare a casa a guardare un buon dvd.
Andrea Trimarchi (mud99)
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